Chi ricorda i rullini?
Si, quelle bobine di nastro marrone scuro che andavano infilate nelle macchinette fotografiche per poter memorizzare le foto. Proprio quelle.
Si portava il rullino dal fotografo e dopo un paio di giorni ci veniva restituito un pacchetto con dentro le foto, e in una piccola tasca frontale i pezzi del nastro contenuto nel rullino. I tanto amati (dai diapositivisti) negativi.
Poi, con l’avvento delle macchinette fotografiche digitali quel prodigio della tecnica è andato sparendo pian piano, con il tanto amato JPEG a sostituire metri e metri di pellicola.
Tecnologicamente parlando, comunque, il negativo (o quasi) è rimasto.
Certo, il nome è il concetto alla base sono cambiati, ma la funzionalità è la stessa.
Adesso, il negativo, si chiama RAW. E, sostanzialmente, è un formato di immagine (cui poi sono associate varie estensioni specifiche). Immagini memorizzate con questa tecnica sono minimamente processate e contengono tutte le informazioni catturate dal sensore della macchina fotografica. Inoltre, con le moderne tecnologie GPS, possono memorizzare anche dei metadati che specificano la posizione in latitudine e longitudine in cui è stata scattata la foto, la data e l’ora.
Mediante tutte queste informazioni è possibile, per un fotografo professionista, apportare le giuste correzioni cromatiche e di luminosità all’immagine per poterne ottenere la massima resa visiva. Ovviamente il tutto a seconda dell’utilizzo che se ne deve fare.
Ora, dato che in informatica non si possono fare associazioni dirette, non è ovvio che esista il corrispettivo digitale anche per la pellicola cinematografica.
Questo per vari motivi. Prima di tutto, quando si scatta una foto, si cattura un’istante. Mentre se si gira un filmato si catturano sequenze temporali.
Occorre anche dire che, solitamente, le immagini RAW occupano un discreto spazio in memoria, vista la mole non indifferente di informazioni che contengono.
Se dovessimo fare un rapido conto per stimare l’analogo formato per un video, prendiamo come campione una foto RAW da 10Mb, applicando tale dimensione ad ogni fotogramma di un video di 30 secondi a 24 fotogrammi al secondo.
$$ 24fps * 30s = 720f$$
$$ 720f * 10Mb = 7200Mb$$
Questo significa che una ripresa da 30 secondi in un ipotetico RAW Video occuperebbe 7200Mb, che corrispondono a 7.2Gb (circa).
Nonostante gli attuali HDD arrivino a poter contenere anche 2Tb (2048Gb), comunque non sarebbe uno spazio sufficiente per contenere un video in formato RAW.
Con il formato DNG, la Adobe ha sviluppato un suo prototipo RAW per le fotografie digitali. É uno standard basato sulla tecnologia TIFF/EP, e permette un uno significativo dei metadati.
A partire da questo formato, ancora la Adobe, ha sviluppato una variante chiamata CinemaDNG, per i file video.
Con i file DNG, il CinemaDNG ha solamente il principio di base, ovvero l’utilizzo di tali file come le equivalenti pellicole. Il tipo di funzionamento è però completamente diverso, in quanto, come detto prima, i file RAW associati ad immagini fisse non possono essere usati (anche per i dati che contengono) per i video.
Occorre comunque dire che la codifica DNG viene usata per elaborare ciascun fotogramma.
In ogni caso, i file risultanti sono file MXF, ovvero un formato contenitore, all’interno del quale vengono poste o sequenze di immagini DNG, in un caso, o un flusso video frame-based in un altro caso.
Il proposito posto alla base di tale formato è di facilitare il flusso video per una comoda archiviazione e scambio.
Infatti è stato possibile verificare che se si associasse il metodo di gestione degli archivi attualmente in uso per i file RAW anche ai file cinematografici, si può avvantaggiare il lavoro degli addetti ai lavori (compositing, montaggio, effetti speciali, etc..). Non solo per quello che concerne l’ottimizzazione del tempo, ma anche la più facile ricerca e manutenzione degli archivi. Un esempio possono essere gli archivi storici.
Un’ulteriore differenza con i file RAW è data dalle specifiche tecniche associate ai file CinemaDNG, e alla timeline con cui tali specifiche sono state implementate:
- possibilità di memorizzare video 3D (ovvero ad ogni fotogramma si possono associare altri due fotogrammi relativi alla ripresa sinistra e a quella destra)
- algoritmo di codifica TrueGrid (ovvero un particolare algoritmo di compressione usato in fase di ripresa)
- formati immagine: 4K e 2K e Lumiere-REC (formati immagine cinematografici)
Occorre dire che quello della Adobe è un primo passo verso la possibilità di implementare un sistema per associare alle riprese video dei formati capaci di contenere tutte le informazioni su colore e luminosità utili ad una correzione cromatica in fase di compositing. Non è (e forse non sarà mai) uno standard nel mondo del cinema, come invece può essere il formato full-HD per i BD commerciali (so che sono argomenti diversi, ma per mantenere il paragone in ambito cinematografico può andar bene).
Al contrario del RAW per le fotografie, poi, gestire un flusso dati non compresso richiederebbe prestazioni molto molto elevate (soprattutto se si cerca l’elaborazione in tempo reale). E, per quanto la velocità di elaborazione dei moderni calcolatori sia ottimale per quello che riguarda gli attuali formati video, potrebbe non esserlo per flussi di dati superiori.
Tenendo poi conto del fatto che, attualmente, con il formato DV e le sue varianti DVCPRO fino al DVCPROHD, i video sono registrati su supporti analogici, a nastro, molto difficilmente si passerà al formato RAW per i Video. Almeno secondo quello che è il mio parere, a meno di nuove periferiche di memorizzazione. O nuovi algoritmi.
Stay tuned.
[Ringraziamenti: Jessica per le correzioni]
