Razza Italia

Solitamente non mi metto a scrivere di altri argomenti che non siano relativi all’animazione o alla programmazione.

Solitamente.

Alcuni fatti degli ultimi mesi mi hanno fatto riflettere molto sul tipo di persone che, con l’avanzare del tempo, popola il mio paese.

Si, perché più si ascoltano le notizie al telegiornale, più si finisce con l’ascoltare solamente una parte della grande informazione. Così come leggere solamente giornali e articoli online significa la stessa cosa.

Man mano che passa il tempo, rispetto a quello che si sentiva in televisione quando ero più piccolo, le cose assumono sempre di più una connotazione improbabile.

Ragazzi di sedici anni che tentano di dare fuoco a dei barboni. E spesso ci riescono.

Sedici anni. Non so se è chiara la cifra.

Ragazzi che invece di uscire con le ragazze, invece di andare al cinema a vedersi un bel film o invece di fare qualunque altra cosa, preferisce andare in giro con un accendino in mano, per distruggere non solo la loro di vita. Non gli basta più. Ora vogliono distruggere anche quella di chi è già stato più che pesantemente offeso dalla società.

Tempo fa, lessi un articolo su repubblica.it.

Quel ragazzo senza braccia sul treno dell’indifferenza.

É stato difficile arrivare fino in fondo. Ma una volta terminata la lettura è stato difficile passare dall’incredulità di ciò che avevo letto, all’ipotesi che possa essere accaduto realmente.

Nessuno disposto ad aiutarlo.

Poco prima della stazione di (…) passa il controllore. Una ragazza di venticinque anni truccata con molta cura e una divisa inappuntabile. Raggiunto il ragazzo senza braccia gli chiede il biglietto. Questi, articolando le parole con grande difficoltà, riesce a mormorare una frase sconnessa: «No biglietto, no fatto in tempo, handicap, handicap». Con la bocca (il collo si piega innaturalmente, le vene si gonfiano, il volto gli diventa paonazzo) tira fuori dal taschino un mazzetto di soldi. Sono la cifra esatta per fare il biglietto. Il controllore li conta e con tono burocratico dice al ragazzo che non bastano perché fare il biglietto in treno costa, in questo caso, cinquanta euro di più. Il ragazzo farfugliando le dice di non avere altri soldi, di non poter pagare nessun sovrapprezzo, e con la voce incrinata dal pianto per l’ umiliazione ripete «Handicap, handicap».

Così è che il mio paese accoglie i diversi.

O gli diamo fuoco o rendiamo un’inferno la loro vita.

Se si naviga un poco tra le pagine virtuali di repubblica.it si trovano moltissimi articoli come questo. E ci si rende conto di come, in questo paese, si preferisce prendere a fucilate il ragazzo scuro di pelle che, magari, il giorno prima ti ha aiutato a portare la spesa in casa.

Intolleranza. Ecco la parola d’ordine.

Quando in paesi, forse più civili del mio, si riesce ad eleggere addirittura un presidente afroamericano, qui l’intolleranza verso quelle stesse persone regna sovrana.

É impossibile non chiedersi da dove arrivi tale odio.

Di film come American History X viene idolatrata la scena in cui Edward Norton, nei panni di Derek Vinyard, spacca la faccia ad un negro su un marciapiede, dandogli un calcio.

Senza dubbio una scena dal forte impatto emotivo, ma immagino fosse nelle intenzioni dell’autore l’implicita denuncia a gesti di quel genere. Non credo volesse essere fonte di ispirazione.

Cosa che, invece, sembra essere accaduta.

Un film che denuncia l’odio, invece, risulta essere fonte di ispirazione per chi, di odio, ci si nutre.

So di poter risultare pedante, forse. Ma immagino che sia proprio il problema dell’errata traduzione delle immagini, la fonte di tanta irrazionale violenza.

Ripensando a quando ero più piccolo, la televisione ha proposto una sempre maggiore “propaganda alla violenza”. Sempre più film, prima vietati ai minori, sono liberamente lasciati vedere a ragazzini che indubbiamente non hanno le informazioni adatte ad elaborare ciò che vedono.

E se quello ce vedono è un bianco che spara a un altro bianco, sorridendo, il messaggio che risulta arrivare loro è che uccidere una persona ti rende felice.

Non voglio assolutamente criticare il cinema, anzi. Ciò che penso sia giusti criticare sono i palinsesti tv e il controllo sulla visione dei programmi tv proposti.

I miei genitori hanno sempre posto un veto rispetto ciò che potevo o non potevo guardare. Con il passare degli anni e con il formarsi dei miei valori morali, ho imparato a distinguere ciò che avviene all’interno di un film da ciò che invece è la realtà quotidiana.

Ma se prima era solamente la televisione a dare assuefazione, ora ci si mette tutto il mondo dei media. Internet in primis.

L’immersione nel mondo virtuale, produce un’astrazione dal mondo reale che è assolutamente on gestibile a livello conscio.

Con la presenza di numerosissimi giochi online il cui scopo è crearsi un avatar e costruirsi una nuova vita, con missioni da portare a termine, etc.. beh, le persone prima o poi finisce che ci si immergono al livello da non riuscire a distinguere più la differenza che c’è tra mondo virtuale e mondo reale.

In un recente libro di Jeffery Deaver, La Strada Delle Croci [ibs], si parla di come i mondi virtuali hanno avuto un impatto nella vita quotidiana del cittadino americano qualunque.

Riconosco, indubbiamente, che in America la situazione è ben diversa da un’equivalente situazione italiana. Ma internet è una piazza dove la nazionalità non conta.

Cosa c’entra con il tema da cui sono partito? Beh, se una persona vive, mentalmente, in un posto in cui è necessario uccidere, altrimenti non ci si evolve, è normale che poi, una volta spento il computer, si ritrovi a pensare che dar fuoco a un barbone sia, per certi versi, normale.

Certo, prendere un invalido e sputargli in faccia è tutta un’altra storia. Non cambia il risultato, ma è tutta un’altra storia.

Il mio paese è quello in cui nessuno ha privilegi.

Sei invalido? Chissenefrega, ti tratto come gli altri.

Sei negro? Bene, fermo li altrimenti spreco le cartucce.

Sei un barbone? Spetta che vado a comprare dell’alcool così prendi fuoco meglio.

Perdonatemi questo piccolo sfogo, forse un po’ confuso.

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